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venerdì 19 febbraio 2016

D'Agostino vs Sgarbi: il mitico duello



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Posted by Gli Imprevisti della Diretta on Tuesday, 16 February 2016

mercoledì 17 febbraio 2016

Il 17 febbraio 1992 inizia Mani Pulite


Il 17 febbraio 1992 a Milano il socialista Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio, viene arrestato dopo aver...
Posted by Linkiesta.it on Tuesday, 16 February 2016

sabato 21 novembre 2015

Crozza, risate amare: "La verità sul terrorismo"

In un lungo monologo dedicato agli attentati di Parigi, effettuato nel corso del suo programma su La 7, Maurizio Crozza riflette e ironizza sulle dinamiche politiche che avrebbero influenzato la nascita dell'Is e il suo sviluppo. Una satira amara che non risparmia leader politici attuali e del passato: Clinton, Bush, Blair e Hollande

domenica 11 ottobre 2015

Il Risorgimento Italiano a Londra



Alcuni interessanti resti di quello che è stato il Risorgimento italiano e la sua eco in Gran Bretagna.

giovedì 18 giugno 2015

Napoleone oggi: un tiranno per l'Inghilterra, un portatore di valori dell'illuminismo per l'Italia

Segnaliamo questa nota tratta dal blog "Gli Immoderati":

"Waterloo, 18 giugno 1815: vittoria o sconfitta per la libertà?"

A 200 anni dalla battaglia di Waterloo vien proprio da chiederesi come mai a 200 anni da quegli eventi epocali per la storia d'Europa, ci sia ancora una netta differenza su come questi siano interpretati dai sistemi scolastici di diverse nazioni.

La storia si fa con l'interpretazione dei documenti scritti delle varie vicende. L'interpretazione è poi figlia dei tempi in cui viene fatta e da dove viene fatta. Così gli Italiani che vivono a Londra scoprono molto presto che gli inglesi di oggi (e pure quelli dei passati 200 anni) vedono sic et simpliciter, Napoleone come un tiranno che fu fermato dalle valorose armate di Wellington. Armate che, sottinteso, erano portatrici di libertà contro l'oppressione del nanetto corso.

Iscrizioni napoleoniche a Palmanova (Friuli)
Tratto da http://www.luoghimisteriosi.it/friuli_palmanova.html
Noi, a scuola abbiam studiato la delusione del Foscolo quando il Triveneto venne ceduto all'Austria in cambio del Belgio e degli ideali traditi di chi anelava ad un affrancamento dalla dominazione straniera (austriaca nella fattispecie). Abbiamo in faccia le immagini della fucilazione da parte dei soldati francesi degli oppositori spagnoli del "3 de mayo" di De Goya. Sappiamo che i francesi quando occuparono l'Italia profanarono chiese e si macchiarono di crimini comuni tipici di un esercito d'occupazione (sebbene questo sia un aspetto che sui libri di scuola passa come secondario).


Mentre i Francesi di Napoleone facevano questo, gli inglesi inventavano
i campi di concentramento in Sud Africa 
Detto questo però, c'è una forte enfasi sul fatto che l'Italia era retta da monarchie territoriali vassalle di potenze straniere o comunque tutt'altro che illuminate. Il "Code Napoleon" lo si conosce bene come base di molta legislazione civilistica che bene o male vige ancora oggi.

Gli inglesi d'oggi mediamente non sanno cosa sia il "Code Napoleon" mentre ogni studente italiano una mezza idea ce l'ha.

Tra le varie cose che si ricordano più comunemente, si sa che Napoleone fece spostare i cimiteri da vicino alle chiese a zone fuori i centri abitati portano lontano quindi, la fonte di malattie "medievali".

No taxation without rapresentation?
Nella forteza di Palmanova, in Friuli, già roccaforte veneziana e quindi napoleonica, nella piazza principale ci sono ancora le iscrizioni che lui fece affiggere alla base del pennone che suonano più o meno così "libertà, uguaglianza e fratellanza per tutti i cittadini".

Insomma, per noi fu anche un modernizzatore illuminato, mentre per gli inglesi, che nel 1815 erano proprietari di mezzo mondo ed assoggettavano tre quarti della popolazione mondiale, Napoleone è un tiranno.

E sticazzi!



La tirannia è una questione di punti di vista

domenica 7 giugno 2015

Grande Guerra: perchè gli inglesi ignorano (totalmente) la partecipazione dell'Italia?

Perchè gli inglesi e la loro ricerca storica, ignorano la partecipazione del Regno d'Italia nella Grande Guerra?

Se lo chiedete all'inglese della strada neppure sa che l'Italia ha combattuto (al loro fianco) nella Grande Guerra. No, non stiamo scherzando.

Se poi portate un amico britannico a fare un'escursione sulle Alpi e gli mostrate le trincee e gallerie scavate in quota, probabile che cada dalle nuvole quando gli spiegate perché qualcuno s'è preso la briga di fare queste opere a duemila metri d'altezza e lungo un fronte di centinaia di chilometri.

1917 - Personale dell'ospedale della British Red Cross
presso la villa dei conti Trento a Dolegnano (Friuli).
Il direttore era lo storico inglese George Macaulay Trevelyan
(tratta da "Gaspari Editore "Il Combattimento di Pradamano")

Peggio, negli ambienti accademici o della storiografia ufficiale è di fatto rarissimo che si consideri l'Italia nella Prima Guerra Mondiale. Basti pensare che la recente pubblicazione curata dall'università di Cambridge sulla storia della Grande Guerra (ben 3 volumi "The Cambridge History of the First World War"), tra migliaia di pagine dedica all'Italia solo uno striminzito capitoletto.

Per inciso, il contributo di sangue sul piano militare è stato simile: la Gran Bretagna ha avuto 700 mila morti (900mila se si includono i territori dell'Impero) e l'Italia 650mila. Senza contare che l'Italia oltre ai morti militari ha dovuto contare le morti tra i civili, spesso, deportati dagli austriaci, che la Gran Bretagna non ha dovuto soffrire.

Questo ignorare l'Italia è una questione storica (e culturale) di non poco conto.

Il 4 giugno scorso, s'è discusso di Grande Guerra all'Istituto Italiano di Cultura a Londra all'incontro dal titolo "Italy's Great War: The experiences of soldiers on the Italian front, 1915-18". Anche in quella sede si è sollevato il problema e pure l'archivista dell'Imperial War Museum ha ammesso che in effetti di Italia, in relazione alla Grande Guerra, in Gran Bretagna non si parla.

A livello di ipotesi, una spiegazione che è stata data durante la serata (da un relatore inglese) è che quando le truppe britanniche arrivarono in Italia si era già sul Piave (novembre 1917- novembre 1918) e la guerra dell'Italia era ormai una guerra difensiva con relativamente poca azione ad esclusione delle tre battaglie decisive inclusa quella finale di Vittorio Veneto. Quindi, rispetto al fronte Occidentale della Francia e del Belgio, fatto di continui massacranti attacchi e contrattacchi, il Piave del 1917-18 era visto dagli inglesi come un fronte decisamente più tranquillo. Questa sorta di relativa tranquillità è poi stata trasmessa nei resoconti in patria con il risultato che lo sforzo bellico dell'Italia fu pressoché ignorato, anche dagli Alleati inglesi, americani e francesi, al tavolo di pace a Versailles (tragicamente memorabile la scena, descritta nel libro "Peacemakers", del nostro primo ministro Vittorio Emanuele Orlando che, per la frustrazione, esce piangendo dalla sala riunioni).

Questa spiegazione ci lascia perplessi e non ci soddisfa appieno. 

Dalle quattro chiacchiere fatte coi relatori (italiani) della serate è una questione che in effetti non si è esplorata per niente: in Italia nessuno sa cosa pensano all'estero sulle nostre vicende storiche al di là di quello che è menzionato in pochissime pubblicazioni; all'estero pochi si preoccupano di cambiare la percezione di irrilevanza della guerra sul fronte italiano (solo lo storico inglese Mark Thompson in "The White War" s'è preso la briga di informare compitamente i suoi compatrioti, ma il libro è molto recente, del 2010). Per altro, la mancanza di interesse all'estero al riguardo della Grande Guerra dell'Italia, la'annota pure l'esperto Gaspari nel suo "Le curiosità della Grande Guerra".

Dal canto nostro, da osservatori amatoriali della Storia, notiamo che il grande scrittore e all'epoca inviato del Daily Telegraph Rudyard Kipling, fu mandato sul fronte alpino italiano e ne descrisse alcuni aspetti (vedi: Messaggero Veneto: "Quando Kipling vide e raccontò la Grande Guerra") poi messi nero su bianco in una serie di scritti oggi raccolti in un libro ("La guerra nelle montagne. Impressioni dal fronte italiano"). Il problema a livello di "immagine" di questi racconti è che forse hanno dato al pubblico inglese una visione edulcorata della guerra dell'Italia: gli Alpini che scalano una montagna con corde e picozze ovvero, come intenti semplicemente a fare "alpinismo", uno sport allora appannaggio dell'élites, più che a morire sotto il fuoco nemico in sanguinosi scontri. Tra l'altro, secondo le statistiche che cita il Gaspari in "Le curiosità della Grande Guerra" a livello di morti "in battaglia" il fronte del Carso falciò ben il 22% dei soldati impegnati nei combattimenti (essenzialmente della Fanteria) mentre sul fronte alpino "solo" l'11% (il resto, pur numeroso, dei caduti in montagna furono vittime di valanghe, congelamento e malattie legate all'esposizione ad intemperie). Insomma, quello che descrisse Kipling non era il fronte "giusto" per dare un'immagine di quella che fu la guerra dell'Italia: le pietraie in salita del Carso, senza acqua, con pietre le cui schegge moltiplicavano l'effetto delle esplosioni e senza offrire ripari naturali di fronte alle moderne mitragliatrici da 400 colpi al minuto. Molto peggio del fango del Western front!

Trevelyan qualcosa scrisse. Evidentemente non abbastanza e forse non quello che si doveva scrivere?

Paradossalmente, non aiutano neppure le pagine dell'americano Ernest Hemingway che arrivò in Italia nel 1918 inquadrato nella Croce Rossa Americana alle falde del Pasubio (nelle retrovie) e poi, brevemente, sul Piave dove fu ferito. Le informazioni che ha sul fronte più cruento, quello dell'Isonzo del 1915-17, secondo lo storico della Grande Guerra ed editore Paolo Gaspari ("Il combattimento di Pradamano") gli arrivano dall'infermera inglese Agnes Conway. Informazioni che lui poi utilizzò per alcuni stralci del romanzo "A Farewell to Arms", "Addio alle Armi"). La Conway (da non confondere con Agnes von Kurowsky, infermiera americana di cui si innamorò e che ispirò poi il personaggio dell'infermiera "Catherine Barkley" in "Addio alle Armi") prima di essere assegnata all'ospedale della Croce Rossa Americana di Milano, era dislocata presso l'ospedale della Croce Rossa Britannica di Dolegnano (oggi in comune di San Giovanni al Natisone) all'epoca a ridosso del fronte della II Armata italiana che fronteggiava gli austroungarici da Plezzo (Bovec) a Gorizia. Secondo il Gaspari, qui la Conway avrebbe appreso le informazioni sugli scontri sanguinosi sull'Isonzo dai barellieri e da vario personale di prima linea oltre che all'aver vissuto in prima persona lo sbandamento e la ritirata di massa dopo lo sfondamento tedesco/austroungarico a Caporetto. I dettagli dell'attraversamento del ponte (sul fiume "Torre") sono poi ripresi nel romanzo da Hemingway con rilievi molto verosimili che però lui non verificò in prima persona ma, sempre secondo il Gasperi, riprese dai racconti (evidentemente dettagliati) della Conway. 

Però anche qui le vicende sono state mostrate al pubblico anglosassone con la formula molto addolcita del romanzo e per di più in chiave antimilitarista che altro non fa che sminuire l'idea di un contributo importante dell'Italia alla causa degli Alleati dell'Intesa.

A questo punto c'è pure da giocare la carta da Novanta. Il Gaspari, en passant, menziona il fatto che la Agnes Conway, a Dolegnano, era alle dipendenze del capo dell'Ospedale della Croce Rossa Britannica... tale George Macaulay Trevelyan! Ebbene Trevelyan è stato uno dei più conosciuti e rispettati storici inglesi e dall'esperienza sul fronte italiano durante la guerra trasse il libro "Scenes from Italy's war". La domanda che ci si fà è: come mai uno storico così importante non ha elaborato ulteriormente sulla Guerra in Italia? Come mai negli anni del primo dopoguerra non è andato oltre il suo libro sulla guerra in Italia con studi più approfonditi e divulgativi? Grazie ai contatti che aveva stabilito in Italia tra i militari e probabilmente anche con borghesi avrebbe avuto materiale di prima mano per descrivere gli eventi. Il solo monte San Michele, alle falde di Gorizia, a soli 20 km da Dolegnano, costò la vita a 111mila italiani (dei 650 mila caduti). Carneficine del genere sono pari a quelle del  Western Front, e probabilmente, numeri alla mano, pure peggiori. Cos'è mancato in termini di dedizione ed eroismo agli Italiani di fronte a certi numeri? Sebbene con molte pecche sul piano della tecnica militare antiquata degli Alti Comandi, c'erano state pure vittorie con la conquista di Gorizia e l'avanzata verso la Bainsizza. Perché limitare la narrazione di questi eventi? 

A proposito, se ci permettete la divagazione nella mondanità dell'epoca, l'ospedale, la cui sede era nella villa dei conti Trento a Dolegnano, era diventato un "angolo di Britannia" frequentato dalla moglie del duca Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta (il Duca d'Aosta, comandante della III Armata), la duchessa Elena d'Orleans. La duchessa era l'ispettrice generale delle infermiere volontarie Croce Rossa Italiana ma la sua frequentazione a Dolegnano era, verosimilmente, dovuta al fatto che lei stessa era nata a Twickenham, poco fuori Londra, dove la sua famiglia (di regnanti francesi) fu costretta all'esilio dopo i fatti parigini del 1848. Di fatto era cresciuta come una vera e propria nobildonna inglese, il matrimonio con il duca era avvenuto nel 1895 a Kingston upon Thames e i figli Amedeo (che sarà poi nel 1941 l'eroe dell'Amba Alagi) e Aimone, studiarono al prestigioso college della nobiltà britannica, Eton. Tra l'altro Amedeo, poco più che sedicenne, servì come volontario nel reggimento di artiglieria a cavallo "Voloire" e fu destinato alla prima linea come servente d'artiglieria sul Carso. Secondo le cronache della storia ufficiale, qui servì come caporale senza privilegi ed arrivò a guadagnarsi i gradi di tenente sul campo. Suo fratello da giovanissimo ufficiale di marina fu pilota di idrovolanti.

Ci pare strano che a Trevelyan non siano giunte le testimonianze dei drammi della guerra dell'Italia sul fronte carsico da parte della duchessa Elena che, nella sua veste di ispettrice della Croce Rossa, di ospedali ne doveva aver visitati. Ci pare strano che a Trevelyan non siano giunte notizie di prima mano da parte del Duca d'Aosta e di suo figlio Amedeo vista la frequentazione con la duchessa. Con tutte queste informazioni possibile non riflettere la drammaticità della guerra che era evidentemente ben più di una semplice vacanza sulle Alpi e nelle ville delle campagne friulane?

Ad aggiungere pepe c'è il fatto che, secondo il Gaspari, a Dolegnano, nello stesso ospedale di Trevelyan, come infermiera c'era anche l'anglo-italiana Freya Stark, la madre di quello che divenne poi il genere letterario del travel writing.

Possibile che tanta potenza di fuoco giornalistico-letterario non abbia fatto trasparire all'opinione pubblica britannica il contributo di sangue tremendo dell'Italia?

L'immagine dell'Italia come nazione marginale nella Grande Guerra da parte dell'opinione pubblica e degli storici britannici, sicuramente è figlia di tanti fattori, tra cui si può includere il dover trovare una ragione in più per ignorare tutte le concessioni territoriali promesse nel Patto di Londra; la nascita e sviluppo del Fascismo che ad un certo punto chiamò la Gran Bretagna ad un'azione di contenimento se non di denigrazione di ciò che si riferiva all'Italia divenuta una nazione nemica ecc. 

Tant'è che fior fiore di giornalisti e storici britannici non son riusciti a testimoniare equamente, lo sforzo italiano nella Grande Guerra. L'opera monumentale di Mark Thompson (The White War) si spera sia solo l'inizio ma toccherà ai nostri storici (e diplomatici?) contribuire a interrompere un secolo di oblio tra gli inglesi sul contributo italiano alla Prima Guerra Mondiale.

650mila morti, caduti anche per compiacere gli allora piani dell'Impero Britannico, lo meritano.

F. Biscotti

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Vedi:

lunedì 25 maggio 2015

24 Maggio 1915 - 2015: 100 anni fa iniziava la Grande Guerra per l'Italia

La nostra foto della corona lasciata dal Presidente su una lapide scritta dagli italiani dopo la conquista del monte nel 1916
"Su queste cime italiani e ungheresi combatterono da prodi e si affratellarono nella morte".
Parole d'altri tempi, sofferenze sempre attuali.
A seguire la visita del Presidente della Repubblica sul Monte San Michele c'eravamo anche noi. Son passati 100 anni da quel 24 maggio in cui si consumò quella che fu una delle decisioni più tragiche per gli Italiani: l'entrata in guerra.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella ha voluto celebrare il ricordo di quell'evento con una visita a quello che è l'emblema della carneficina per i ventenni fanti-contadini: il Monte San Michele sopra Gorizia. Il San Michele è alto appena 200 metri e di fatto è una collina ma, rispetto alla pianura carsica ciorcostante è di fatto una montagna a guardia di Gorizia. Per conquistarlo, in 6 battaglie dell'Isonzo (in totale ce ne furono 12, inclusa quella della disfatta di Caporetto) morirono ben 111mila soldati italiani sui 650mila caduti militari in tutta la guerra. Il monte è zona Sacra fin da un decreto del 1922.

Il sacrario di Redipuglia è poco distante.






sabato 25 aprile 2015

70° Anniversario della Liberazione dal Nazifascismo

Il cimitero Britannico di Udine
Oggi celebriamo, assieme a tutti gli italiani che credono nella libertà e democrazia, la Festa Nazionale della Liberazione.

Questo è un blog di ispirazione liberale pertanto ci sembra doveroso un pensiero particolare a tutti coloro che mossi da uno spirito liberale lottarono contro l'occupazione straniera dei tedeschi nazisti e contro la negazione della libertà individuale e della democrazia da parte del Regime Fascista e dei suoi accoliti.

Oggi ricordiamo chi partecipò a quella lotta di Liberazione: le centinaia di migliaia di Alleati, Americani e cittadini dell'Impero Britannico sbarcati in Sicilia ed Anzio (dal luglio 1943 al maggio 1945 le sole Forze Armate Americane hanno perduto circa 32.000 uomini in Italia tra morti in combattimento e morti a causa della guerra, mentre le forze dell’Impero Britannico persero 45.469 militari), i 75mila soldati Polacchi, i 22mila soldati del rinato Regio Esercito e naturalmente il movimento della Resistenza caratterizzato dall'impegno unitario di molteplici e talora opposti orientamenti politici (comunisti, azionisti, monarchici, socialisti, cattolici, liberali, repubblicani, anarchici) e che, secondo gli studi di Guido Quazza, il maggiore storico del fenomeno resistenziale, il numero totale di partigiani che presero parte alla guerra di liberazione si aggira attorno ai 230mila individui, di cui 125mila vi presero parte continuativamente (i morti furono 35.000, 21.000 i mutilati, 9.000 i deportati in Germania).

Ma anche chi fece "Resistenza" in modo indiretto all'occupante tedesco ed al governo collaborazionista di Salò a partire dai richiamati dalla RSI che non risposero al bando del maresciallo Graziani (nel novembre 1943 su 186.000 coscritti si presentarono in 87.000), ma soprattutto quelli che poi disertarono dopo l'arruolamento che salirono dal 9% di gennaio 1944 al 28% a dicembre, nonostante il decreto delle autorità fasciste sui procedimenti di rigore e la pena di morte.

Poi i soldati italiani catturati dopo l'8 settembre 1943, che su circa 800.000 prigionieri, solo in 186.000 decisero di aderire al nuovo governo fascista per venire impiegati in prevalenza come ausiliari non combattenti, mentre oltre 600.000 soldati rifiutarono e vennero internati in Germania dove, con la denominazione di IMI, furono ridotti alla condizione di lavoratori servili, furono sottoposti ad un duro trattamento e subirono privazioni e violenze.

Infine tutti i lavoratori che nei territori della RSI scioperarono, alle volte in massa, al fine di sabotare la capacità produttiva dello stato fascista rischiando quindi la propria incolumità per un fine ideale.

Tutti loro contribuirono alla Liberazione e per questo celebriamo questa giornata.

giovedì 16 aprile 2015

La Magna Charta ha ben 800 anni (ma anche in Italia non siamo da meno quanto a istituzioni per bilanciare il potere assoluto)

Quello che noi Italiani spesso dimentichiamo, é che piú o meno nello stesso periodo anche sul nostro suolo sorgevano dei parlamenti o comunque il potere assoluto veniva mitigato con poteri partecipativi.

Fin dal 1077 lo stato patriarcale del Friuli s'impose come una delle più ampie e potenti formazioni politiche dell'Italia del tempo, dotandosi il 6 luglio del 1231, di un Parlamento, che divenne l'espressione massima della civiltà friulana sotto il profilo istituzionale, prevedendo una rappresentanza dei comuni e non solo dei nobili e del clero.

Di fatto, il Parlamento della Patria del Friuli fu uno dei primissimi parlamenti al mondo.
Per inciso, il primo fu il parlamento siciliano che si riuní nel 1097 a Mazara del Vallo, il secondo, fu l'organo assembleare di un ordine monastico, i Cistercensi, che nel 1115, si dotarono di Parliamentum degli abati, poi, nel 1248 il termine "parlamento" compare in Inghilterra per designare un'assemblea formata da due rami, uno ecclesiastico (vescovi e abati con il rango di barone) e uno laico (baroni diretti della Corona) ed é un'evoluzione dei diritti concessi con la Magna Charta Libertatum del 1215.